31 Maggio

Ex Cantiere Lucchese

TOTALE ARTISTI: 17

TOTALE OPERE: 45

Brian Simoncin Giocoliere

Alberto Franco (Venezia Bluà98×157, Good Vibesà72×52, opere a parete, 2)

Venezia Blu nasce per una conferenza omonima organizzata dal collettivo “Venice Calls”. Su un supporto di legno, materiale fondamentale per l’artista, sono stati assemblati scarti raccolti durante i numerosi clean-up organizzati dall’associazione in tutto il centro storico. Ci allontaniamo, e vediamo che gli scarti compongono l’immagine dell’isola di Venezia vista dall’alto. È così che si spera che lo spettatore prenda coscienza dell’impatto devastante che lo scarto – e, in particolare, la plastica – sta avendo sul fragile ecosistema della laguna. Con un monito: che la plastica non si trasformi in breve tempo nella città stessa.

Good Vibes, ovvero: di come dare nuova linfa vitale alle cose. Il recupero di oggetti inutilizzati è una pratica artigianale che esiste già da moltissimo tempo e che permette di dare un’altra possibilità ad oggetti che altrimenti verrebbero cestinati. La foto di un vecchio antenato dimenticata in soffitta viene rimaneggiata, disegnata, colorata e torna improvvisamente in vita assieme al suo protagonista. In un’epoca in cui annaspiamo nel consumismo e il tema del riciclo diventa sempre più centrale, l’arte è uno dei modi che può ricordarci che guardare cose vecchie con occhi nuovi è possibile, con le giuste vibrazioni.

Brighenti (installazione, 1, 180×50)

La nostra opera è stata creata principalmente da materiale riciclato: sono stati infatti utilizzati come base, del vecchio filo di iuta, un finestrino di una barca, una portafinestra, un pannello di controllo e pezzi di un armadio; mentre per quanto riguarda la parte svolta da Beatrice (sfondi) si è fatto uso di acrilici mescolati insieme a vecchi smalti per unghie, ombretti e creme colorate. La parte di Rachele, invece, essendo la sua nota stilistica legata alla dimensione tattile, ha mantenuto l’idea di utilizzare oggetti che in principio avevano un’altra funzione: tra le forme tangibili troviamo infatti tappi di sughero, plastica, un tampax, filo di iuta, e molti altri materiali che non hanno un diretto collegamento con il fare arte tattile, come potrebbero essere il gesso, la plastilina, il legno. Il cambio di destinazione d’uso, non riguarda però solo i materiali utilizzati; attraverso la nostra interpretazione del topic del festival, abbiamo anche voluto rappresentare, sul pannello di base, una nostra idea di mondo: gestito dai più potenti, attraverso semplici bottoni (rappresentati dal pannello di controllo), in grado di creare ingiustizie, rappresentate da scie più scure che vanno a modificare l’armonia dei colori della natura. La nostra idea, era di cambiare la destinazione d’uso che si è fatta del nostro pianeta fino ad oggi, e di sensibilizzare, come si può notare sulle quattro parti inserite nella cornice, a temi che ci stanno molto a cuore come: la tampoon tax, l’inquinamento degli oceani, il disboscamento che ha poi contribuito al surriscaldamento globale

Carlo Negro (18 cartoline, max 20×20)

Nato a Treviso il 15 Gennaio 1994, si laurea all’Accademia di Belle Arti di Venezia nel 2018 nel corso di Decorazione. Dal 2016 ad oggi partecipa a diverse collettive, e nel 2018 gli viene dedicata una personale presso il Teatro L’Avogaria a Venezia. Le opere che presenta in occasione del F-act festival sono dei dipinti di piccole dimensioni realizzati sul retro di alcuni imballaggi di cibi. Ciò che ha portato all’utilizzo di questi materiali è stato un connubio di esigenze e riflessioni: se da un lato era percepita la necessità di trovare un supporto economico sul quale poter continuare a dipingere (esigenza connaturata all’artista la cui produzione è piuttosto ampia per la sua giovane età), dall’altro veniva stimolata una riflessione sullo spreco di materiali che quotidianamente ognuno di noi produce. Questi materiali di scarto rappresentavano una risposta alla domanda di supporti, un’offerta che gratuitamente gli si dava. A questi scarti, il cui miglior destino era quello di finire nella raccolta differenziata, Carlo ha dato un nuovo colore, un nuovo valore e una nuova identità

Collettivo copia (installazione, 1)

Da circa 50 anni gli scienziati parlano di cambiamenti climatici e di come siano influenzati dall’uomo. Al giorno d’oggi la nostra maggiore fonte di energia deriva dal petrolio, necessario per avviare il processo di scambio calore/energia. Al nostro stato attuale si tende ad andare verso un futuro Green e alimentato solamente da energie rinnovabili, al fine di evitare nuovi disastri ambientali.

Ma riusciranno ad essere veramente sicure e pulite? Anche una fonte rinnovabile come l’energia eolica in realtà metterebbe a rischio il bilancio energetico del pianeta. L’alterazione delle correnti che sfruttano le centrali eoliche è responsabile dell’evaporazione delle acque. Il problema del fotovoltaico invece, è di natura tecnologica e industriale: i pannelli sono costruiti con materiali costosi, rari e in via di esaurimento producendo una fonte rinnovabile ma che da un punto di vista costruttivo e di smaltimento produce lo stesso inquinamento.

La nostra installazione mostra metaforicamente questa ipocrisia: produrremo energia rinnovabile grazie ad un pannello solare. Questa andrà ad alimentare più lampade che, surriscaldandosi, porteranno allo scioglimento di un blocco di ghiaccio situato sopra ad un terrario. Lo scioglimento cambierà il livello di acqua presente nel terrario, la sua temperatura e l’ecosistema presente in esso.

Daniele Culicelli (foto-installazione, 1) à150×150

TROFEI

Il cambio di destinazione dell’uso del corpo vivente o meglio su quello che una volta apparteneva al vivente. Il trofeo di caccia mette in mostra l’arroganza, il grottesco e il macabro della “caccia grossa” che viene proposto, promosso e rivisitato sviando dal senso di colpa che ne deriva per vanità personale ed esposto in sala come arredamento facendo perdere completamente la maestosità e la preziosità della vita stessa. Analogie contemporanee possiamo trovarle nei maggiori circuiti artistici dove vengono riproposti i “corpi” delle tragedie dell’umanità che per assurdo diventano “opera d’arte”, che prescindono dall’intenzionalità di base nel momento in cui vengono esposte al pubblico pagante.

Dimitri Buyaka (installazione: 3 valigie, 2 valigie standard bagaglio a mano 55x35x25 e una da 30kg)

Tre sei nove

Quest’ opera propone in visione del cambio di destinazione d’uso l’utilizzo di alcune valigie che diventano cornice, per accogliere degli elaborati fotografici ed in qualche modo, proteggerne la storia, sì,perché in fondo questi stessi oggetti nei quali intuiamo una funzione essenzialmente pratica, sono anche al medesimo tempo degli scrigni preziosi e proibiti, il cui contenuto ci viene dato solo di immaginare, eppure quell’immagine non si ripete mai, per quanto le valigie riescano in quest’epoca di scarsa fantasia, a risultare tutte uguali, noi, o quantomeno io, non posso fare a meno che rapirmi nel dubbio e nella curiosità di quel che sottraggono allo sguardo…Quanto di quelle persone che vi passeggiano accanto quei bagagli potrebbero rivelare? se solo si avesse un istante per buttarci un occhio, un istante di immobilità senza colpa. Per di più i contenuti di questi sono determinati solo temporaneamente, mutano infatti, crescendo con noi, cosicché la valigia di una stessa persona non è due volte la stessa valigia, per quanto possa presentare delle costanti, e forse è proprio questa sua caducità che mi affascina tanto e che mi ha portato a selezionare questi tre scatti, specchi di tre storie poste in tre limiti temporali tanto distanti che è addirittura difficile pensare che quei contenuti possano ancora avere qualcosa da spartire, un ultimo conduttore, come se dalle cose che trasciniamo con noi si potesse intuire quando gradualmente cessiamo di essere una persona e cominciamo ad inoltrarci in un’altra.

Emma Neri (foto, 3, 25×14) Memorie di pietra 

Teotihuacan e Chichen Itza, Messico. 

Le origini di Teotihuacan sono avvolte nel mistero, solo in seguito alla sua disfatta fu soprannominata dagli Aztechi come il “luogo da cui nascono gli Dei” secondo la credenza per cui lì gli dei avessero progettato la creazione del mondo. Poiché la zona era paludosa venne distribuita secondo delle chinampa:  isole artificiali galleggianti costruite puntellando il fondo delle acque basse con dei paletti.
Tra il 100 a.C ed il 750 d.C. divenne la più importante metropoli dell’emisfero occidentale dopo la caduta di Roma. Il  susseguirsi di edifici e piramidi la cui architettura sembra ultraterrena lascia trapelare il disegno di una città dalla distribuzione spaziale estremamente rigorosa ed armonica, orientata secondo le leggi del cielo e modellata nelle sue forme dalle vicine montagne.
Lo stile architettonico della città fornì un grande contributo alla cultura centroamericana  e fu di fondamentale importanza per la cultura Azteca e Maya.  L’ascesa di Chichen Itza invece viene messa in relazione con il declino dei principali centri Maya intorno al 987 d.C. Nel suo massimo periodo di espansione fu la maggiore potenza economica delle terre settentrionali.
 Sono passati millenni da quando i cuori di Teotihuacan e Chichen Itza pulsavano di vita.  
Entrambe subirono forti sommosse popolari che ne spazzarono via i simboli del potere e così la loro potenza. Oggi appaiono congelate nel tempo e la vita che  scorre attorno parla di altro. A percorrere laCalzada de los Muertos o ad affacciarsi sull’immenso Cenote Sagrado sono infatti oggi  milioni di turisti, pellegrini e mercanti. Non ci sono più tracce di abitanti e nessuna struttura nel tempo si è insediata all’interno del perimetro marcato da queste due gradi città che ferme nel tempo e nello spazio esistono ancora solo attraverso la pietra e la parola.

Schermata 2019-05-31 alle 19.44.54

Francesca Paola Bianchi (dipinto-su specchio, 1, 60×80)

Sono Francesca Bianchi, studentessa dell’Accademia di Belle Arti di Venezia. La mia grande passione è il mondo dell’animazione e dell’illustrazione, per me fortissima forma di espressione e comunicazione. L’opera è un’illustrazione su specchio con tecniche miste, lo specchio è un importante oggetto nella quotidianità dell’uomo, permette di guardarsi, di osservarsi e cercare ciò che gli altri potrebbero notare; dà una prospettiva diversa di sé stessi e permette di studiare la propria figura, è un intermediario fra ciò che vediamo noi e quello che vorremmo far vedere agli altri. Il mio studio del ritratto non parte da un foglio di carta ma dallo specchio, noi ci riflettiamo in esso in modo sfuggente così ho ritenuto necessario immortalare la mia immagine riflessa in diversi momenti. Lo specchio oggetto quotidiano si trasforma in uno strumento di riflessione sulla propria immagine.

Giulia Casarsa (giornali e disegni, 2)

La raccolta dei ricordi

La definiscono strana, la squadrano spesso, ma quello che non sanno è che Lei compie ogni giorno, ovunque vada, un gesto nobilissimo. Camminando per le strade raccoglie a sé pezzi di vita altrui, briciole del tempo delle persone, emozioni, storie. Il suo vestito diventa, quindi, un modo per ricordare o meglio, non dimenticare e più si arricchisce di oggetti più si sente completa. Ancora se ne va, a raccogliere oggetti, ce ne sono così tanti nel mondo, così tanti che ci dovrebbero essere più persone come Lei, persone che danno una seconda vita a ciò che per noi non ha più niente da darc(65×90)

Marco Carrer (collage, 1)

Con queste due illustrazioni si vuole, con semplicità, mostrare la ricontestualizzazione di uno stabile e allo stesso tempo di un folgio di carta. In questo caso, l’inserimento di un tassello che ha una diversa provenienza, nonstante calzi con lo spazione pre-esistente, non è detto che sia sempre la scelta più adatta a quel contesto.

Le illustrazioni sono eseguite a brush pen usando china acquerellata con isnerti di un altro tipo di carta, inollati al folgio con del nastro adesivo di carta per creare un’estetica “grezza”.

Maria Clara Castioni (stanzetta, 1) à13x13x13 (1 foto)

Stanza è un luogo artificiale, descrive un’intimità e un’intrusione. L’artificio ammette che l’intruso, oggetto di consumo, muti nel tempo breve di uno sguardo la propria natura.

Stanza accoglie l’oggetto di consumo, gli conferisce un contesto non anonimo, lo astrae, lo rende innocuo.

Sebastiano Musitelli (quadri, 2)

Il bello, il vano e il certo. Acrilico su tappezzeria (Maggio 2019).

Lo spettatore si trova davanti ad una tappezzeria, decontestualizzata, per diventare uno strumento per la rappresentazione del tempo passato, presente e futuro. L’artista vuole che l’ammiratore si gusti l’alone di mistero, quasi esoterico, che aleggia attorno al dipinto; sarà felice di spiegare di persona l’opera ai più interessati.

Mare futuro (Scoas-SEA), Tecnica mista: acrilico su tavola con palloncini e bottiglie di plastica (Maggio 2019).

Il dipinto è realizzato con materiali di recupero, oggetti destinati alle discariche ma che ora possono vivere la vita eterna di un’opera d’arte. Il suo significato si intuisce ad una prima occhiata; un mare di plastica e 5 volti soffocati o senza vita che alludono ad un possibile destino a cui l’umanità sta andando incontro, un’umanità schiava del consumismo. Interessante è l’uso dei palloncini (coloratissimi giochi per bambini ma che in realtà nascondono una triste verità) che creano un contrasto tra la vitalità dell’opera ad un primo sguardo e la mortalità dei particolari quando si indaga con gli occhi. Le bottiglie galleggianti in un mare di palloncini, grazie alla loro trasparenza, mostrano dei volti umani agonizzanti o privi di vita: è un chiaro riferimento all’uso che ne facciamo dell’acqua, il paradosso di contenerla in delle bottiglie per poi essere il mare a contenere loro.

Linda Zennaro (installazione con legno e giornali, 1)100 x 100 cm.

Basta carta, cit.

Il lavoro che Linda Zennaro propone è un collage di involucri, carte scritte e carte stampate. Si tratta di una narrazione autobiografica in cui l’artista espone con ironia i propri futili attaccamenti e il tentativo, svantaggioso ma necessario, di ignorarne il peso e l’ingombro. Il materiale che proprio non riesce ad andare buttato prende così una nuova forma.

Michela Del Longo (installazione, coperta costruita con etichette + letto, 1, 135×200)

Cartelli di abiti, cordone di cotone
Il lavoro nasce dalla volontà di dare una forma ad una collezione iniziata durante la fine delle scuole elementari e protrattasi fino al 2017.
La trama che unisce le parti, racconta nella sua verticalità, le diverse fasi evolutive del collezionismo e dell’individuo, suggerite dall’estetica dei cartellini: colori, font e simboli proposti. Alcune immagini si ripropongono più volte all’interno del reticolo, avvalorando la tesi dell’invariabilità di alcuni gusti e dell’attaccamento a particolari marchi.

Sebastiano Cognolato (foto, 6)

Il Viaggio dei rifiuti

Nell’impianto Eco-Ricicli Veritas a Fusina avviene la selezione e la separazione dei rifiuti solidi rinvenuti dalla raccolta differenziata svolta dai cittadini del Comune di Venezia.

I materiali vengono collocati sopra a dei rulli trasportatori per poi essere progressivamente smistati in base alle loro caratteristiche da macchinari appositi e dalla selezione manuale del personale specializzato.

Compattati in una balla, vengono poi inviati a piattaforme come COREPLA (plastica), CIAL (alluminio), COMIECO (carta) che provvederanno ad effettuare il cambio d’uso del materiale.

Chiudi il menu